Da appassionati di rhythm games, noi della redazione di ItaliaTopGames abbiamo deciso di recuperare Thrasher anche se è uscito da tempo, incuriositi dalla sua doppia fruizione – modalità “normale” e realtà virtuale – e dal potenziale di immergersi nel ritmo con un’immersione totale. Il risultato? Un’esperienza piacevole e intensa, che anche se non priva di difetti, merita di essere giocata.
Un gameplay solido e calibrato
Thrasher, provato su PC Steam, propone un gameplay immediato ma curato. L’idea di base è semplice: muovere il proprio avatar (nell’impostazione VR un’entità fluida) nello spazio, colpire figure, evitare ostacoli e sincronizzare il movimento al ritmo visivo e sonoro. E questa struttura funziona. In modalità “normale”, il titolo resta fruibile e divertente, mantenendo la sua identità anche senza il pieno coinvolgimento della realtà virtuale. In modalità VR, invece, l’effetto è amplificato: colori che fluiscono, traiettorie da seguire fisicamente, sensazione di “essere dentro” un tunnel di ritmo.
Importante segnalare che la progressione della difficoltà è ben progettata: all’inizio i livelli sono accessibili, servono a prendere confidenza con le meccaniche; man mano che si procede, le variazioni aumentano, ma senza sbalzi drastici o momenti frustranti. In altre parole, la curva di apprendimento è equa e lineare, un aspetto che apprezziamo molto in un rhythm game. Inoltre, la componente visiva si sposa egregiamente con l’azione: l’effetto psichedelico – flussi di luce, vortici cromatici, ambientazioni oniriche – dà quel tocco distintivo che rende Thrasher più di un semplice “colpisci al ritmo”.

THRASHER – Estetica e immersione visiva
Se c’è un elemento che colpisce subito, è l’aspetto visivo di Thrasher. Le ambientazioni non sono realistiche ma astratte, quasi “liquide”, e creano un’atmosfera che mescola la visione futuristica e la pura esperienza sensoriale. I colori saturi, i modelli che fluttuano, le traiettorie in 3D: tutto spinge verso una sensazione di dissolvimento nell’esperienza stessa.
In realtà virtuale, queste scelte assumono ancora più forza: il senso di altezza, di profondità, la pedana su cui si sta, gli effetti visuali che girano attorno e sotto il giocatore… tutto contribuisce a creare un coinvolgimento fisico. Per chi ama l’esperienza immersiva, è un bel plus. Va segnato però che questa stessa caratteristica visiva può risultare impegnativa per chi soffre di motion sickness, vertigini o è sensibile a stimoli visivi molto forti: la forte componente “fluttuante” può non essere ideale in sessioni lunghe.
Musica, l’occasione mancata
E qui veniamo al tasto dolente: la musica. In un rhythm game dovrebbe essere l’elemento protagonista, co-regista dell’esperienza, e trasmettere energia, ritmo, memorabilità. In Thrasher invece la musica resta piuttosto anonima, sullo sfondo. Le tracce sonore ci sono, accompagnano l’azione, ma non spiccano, non rimangono nella memoria e non riescono a emergere come vero motore del gioco.
In una formula in cui “colpire al ritmo” è centrale, questo è un peccato. La mancanza di brani forti, riconoscibili o che generino quel desiderio di “rigiocare per sentirli di nuovo” tende a ridurre la rigiocabilità e l’impatto emotivo del titolo. Inoltre, non abbiamo rilevato un sistema integrato per custom-song o un editor interno che permetta di caricare tracce esterne – cosa che molti appassionati di rhythm game considerano ormai uno standard. Questo riduce ulteriormente la profondità a lungo termine.

THRASHER – Progressione, sfida e longevità
La longevità di Thrasher è buona per la sua tipologia: i livelli si succedono, la difficoltà cresce in modo graduale e soddisfacente, e in modalità VR la rigiocabilità è rafforzata dalla componente immersiva che invita a “riprovare” per migliorarsi. Tuttavia, l’assenza di contenuti extra più avanzati o di personalizzazione della playlist musicale limita leggermente la sensazione di “titolo che durerà a lungo” rispetto ai grandi nomi del settore. Detto questo, per chi ama il genere e vuole un’esperienza solida, è più che sufficiente.
L’assenza di un tutorial vero e proprio è un altro piccolo neo: il gioco non guida per mano il giocatore, e alcune micro-meccaniche vanno scoperte in autonomia. Per utenti meno esperti potrebbe essere necessario un po’ di tempo per adattarsi. Ma una volta preso il ritmo, il titolo si lascia giocare con piacere.
Modalità VR vs modalità “normale”
Un punto da sottolineare è la doppia modalità di fruizione: sia in modalità tradizionale (schermo monitor/TV) sia in VR. Questo lo rende versatile: se non avete visori o non amate la realtà virtuale, potete comunque apprezzarlo. Al contempo, se avete un setup VR, Thrasher offre un’esperienza di livello superiore in immersione.
In modalità “normale”, l’effetto visivo e i pattern di gioco sono comunque validi: l’atmosfera resta forte. Però è in VR che il titolo esprime al meglio le sue potenzialità: se avete la possibilità, consiglio di giocarlo in VR per una maggiore sensazione di “flusso”. Va però ribadito che in VR la componente visiva intensa potrebbe risultare meno comoda per sessioni prolungate, come accennato.

THRASHER Recensione – IN CONCLUSIONE
In conclusione, Thrasher è una sorpresa piacevole per gli amanti dei rhythm games: offre un gameplay solido, una curva di difficoltà ben calibrata, un’estetica audace e immersiva che conquista. La vera delusione è la musica: attesa come protagonista, resta invece in secondo piano, anonima, e ciò limita un po’ il potenziale di rigiocabilità e di impatto emotivo. Anche l’assenza di custom song o di tutorial completi sono mancanze da segnalare. Tuttavia, nonostante questi limiti, l’esperienza complessiva è più che valida. Chi ama mettersi alla prova con ritmo e colore, e magari dispone di un visore VR, troverà in Thrasher un titolo divertente e impegnativo al punto giusto. Per tutti questi motivi, lo valutiamo con un 8/10: un titolo che non reinventa il genere, ma lo interpreta con coerenza, carattere e una personalità visiva notevole. Se siete appassionati del genere e cerchiate qualcosa di diverso dalla solita formula, dategli una chance: ne vale la pena.
