GTA 6 non è ancora arrivato nei negozi, ma la discussione sui suoi contenuti è già esplosa. E questa volta a riaccendere il dibattito sui videogiochi violenti è Paolo Crepet, con alcune considerazioni destinate inevitabilmente a far discutere il mondo dei videogiocatori.
Il punto di partenza è proprio Grand Theft Auto VI, uno dei videogiochi più attesi di sempre. La nuova produzione di Rockstar Games porterà ancora una volta i giocatori all’interno di un mondo criminale fatto di rapine, sparatorie, inseguimenti e attività illegali.
Ma che effetto può avere tutto questo sulla persona che impugna il controller?
Paolo Crepet: “Non c’è un rapporto automatico di causa-effetto”
Crepet, intervenuto sull’argomento sulle pagine del Giornale di Brescia, non sostiene che giocare a un videogioco violento trasformi automaticamente una persona in un criminale.
La sua posizione è più articolata. “Non c’è un rapporto automatico di causa-effetto”, spiega, aggiungendo però che “l’effetto esiste e non va sottovalutato”.
Ed è proprio questa seconda parte a poter alimentare la discussione tra chi considera la violenza nei videogiochi una semplice rappresentazione virtuale e chi ritiene invece che determinati contenuti possano avere conseguenze, almeno su alcune persone particolarmente vulnerabili.
GTA 6 nel mirino: il problema non sarebbe il videogioco in sé
Il discorso diventa particolarmente interessante quando lo si applica a GTA 6. Il gioco sarà destinato a un pubblico adulto e la classificazione per età rappresenta già un’indicazione molto chiara sulla natura dei suoi contenuti.
Secondo Crepet, tuttavia, il problema non può essere semplicemente risolto con un limite anagrafico. Un adolescente particolarmente fragile o impressionabile, così come una persona emotivamente vulnerabile, potrebbe reagire in maniera differente rispetto a un altro giocatore davanti a contenuti violenti ripetuti.
La questione, quindi, non sarebbe quella di stabilire se GTA 6 “rende violenti” i giocatori. Una conclusione del genere sarebbe molto più netta di quanto affermato da Crepet. Il tema sollevato dallo psichiatra è invece quello dell’effetto che determinati contenuti possono avere su alcuni soggetti.
“Ciò che viene proibito può diventare ancora più desiderabile”
C’è poi un altro passaggio destinato a far discutere, soprattutto considerando l’enorme attenzione che circonda GTA 6.
Crepet richiama infatti il tema del proibizionismo e osserva: “Ciò che viene proibito può diventare ancora più desiderabile, aumentando la curiosità e la voglia di sperimentarlo”.
Un concetto che si presta perfettamente al caso dei videogiochi vietati ai minori. GTA 6 sarà un prodotto per adulti, ma sappiamo bene che nella pratica i sistemi di controllo dell’età non rappresentano sempre una barriera invalicabile.
E qui la discussione si sposta inevitabilmente dalle software house alle famiglie e alla responsabilità degli adulti.
Il videogioco violento è diverso da un film?
Secondo Crepet c’è poi una differenza importante tra assistere a una scena violenta in un film e vivere una situazione analoga all’interno di un videogioco.
Nel primo caso lo spettatore rimane sostanzialmente passivo. Nel videogioco, invece, è il giocatore a compiere l’azione: decide quando sparare, quando inseguire, quando colpire e come portare avanti determinate attività.
Ed è proprio questo elemento interattivo a rappresentare, secondo Crepet, un aspetto da non ignorare. Il giocatore non si limita a guardare un personaggio compiere un’azione: la compie virtualmente attraverso le proprie decisioni, ottenendo anche una ricompensa all’interno delle dinamiche del gioco.
“Quando invece si è soli, ci si può caricare maggiormente”
Un altro elemento interessante riguarda la modalità di fruizione.
Nel caso di GTA 6, almeno per quanto riguarda l’esperienza narrativa principale, il giocatore sarà chiamato a vivere l’avventura in solitaria. Secondo Crepet questo aspetto potrebbe avere un peso.
“Essere in tre o quattro può mitigare eventuali effetti aggressivi sulla personalità”, sostiene, spiegando che “quando invece si è soli, ci si può caricare maggiormente”.
È un’osservazione che apre una discussione ulteriore: il problema sarebbe quindi il contenuto violento oppure il modo in cui viene vissuto? Perché un conto è giocare insieme agli amici, commentando e ridendo delle situazioni assurde di GTA, un altro è vivere per ore la stessa esperienza completamente da soli.
GTA 6 farà davvero discutere?
La risposta, probabilmente, è sì. E non soltanto perché Rockstar Games ha costruito uno dei videogiochi più attesi della storia.
GTA 6 rappresenta infatti il candidato perfetto per riaprire una discussione che accompagna i videogiochi da decenni: quanto può incidere sulla persona un’esperienza interattiva estremamente realistica e violenta?
Crepet non sostiene che esista un automatismo tra videogiochi violenti e comportamenti criminali. Il suo messaggio è un altro: l’effetto non va ignorato, soprattutto quando si parla di persone vulnerabili.
E forse è proprio qui che nasce la domanda più interessante. Un videogioco come GTA 6 deve essere considerato soltanto intrattenimento per adulti oppure dobbiamo iniziare a discutere seriamente anche di come e perché alcune persone possono viverne l’esperienza in maniera diversa?
Il dibattito è ufficialmente riaperto.
Trasparenza editoriale: Questo contenuto potrebbe includere link affiliati dai quali ItaliaTopGames potrebbe ricevere una commissione. Per conoscere i dettagli della nostra policy editoriale, Leggi l'informativa completa sulla trasparenza
