Benopolismi nasce da un’idea di dj Gruff – storia dell’hip hop nostrano – e Walter Buonanno conosciuto come Bonnot (Assalti Frontali), già pluripremiato come uno tra i migliori produttori italiani. Insieme per suonare dall’hip hop alla drum’n’bass, dal mandolino all’elettronica, dallo scratch al canto. Del progetto che arriverà a Macerata il prossimo 28 Novembre al CSA Sisma (www.csasisma.org) ha parlato lo stesso Buonanno nel corso di una intervista a Global che vi riportiamo.
Adesso stai portando in giro Benopolismi, con Dj Gruff. Ce ne vuoi parlare?
E’ un termine coniato da Gruff, che fa riferimento al senso di comunità, con uno spirito completamente positivo. Molti artisti hanno perso la positività delle relazioni. E’ un progetto nato spontaneamente nel tempo. Insieme abbiamo fatto molte collaborazioni, prima nel suo studio e qualche volta dal vivo. L’anno scorso abbiamo intensificato le esibizioni live trovando la formula giusta da proporre. E’ piaciuta talmente tanto che tutti ce lo richiedevano così abbiamo pensato di trovare un nome, un’idea per completare il progetto.
E cosa ci avete messo dentro?
Prevalentemente un misto tra hip hop e drum’n’bass. C’è tanta musica elettronica (qui il mio apporto) con l’inserimento di suoni e strumenti particolari, come il mandolino o il contrabbasso, suonando tutto live: campionatori, drum machine, tastiere ecc… Quasi tutta la parte hip hop arriva da Gruff con gli scratch e le sue canzoni. Lui canta con le sue basi e io ci suono sopra, arrangiandole dal vivo. Contaminazione e interazione insomma.
La pratica dell’autoproduzione e dell’indipendenza artistica che valore possono avere rispetto alla situazione che stiamo vivendo?
L’autoproduzione è ancora una forma modernissima di porsi nei confronti del mercato, anzi lo è sempre di più, perchè ora vediamo le majors allo sbando, che non hanno più soldi, non investono più. Detto questo è difficile, perché un tempo l’autoproduzione la si sosteneva con molti più concerti e iniziative: situazioni che adesso sono difficili da creare. Sta cambiando molto tutto quello che ha a che fare con il circuito underground italiano. Se prima si viveva sulla strada, facendo tantissime date adesso capisco anche amici o allievi che mi dicono: “io voglio autoprodurmi ma dove trovo i soldi?”. Quindi la situazione è complessa, anche se è una via che consiglio a tutti quelli che
vogliono fare musica. Oggi più di ieri non ha senso farsi rubare soldi da gente che non ha il coraggio di fare investimenti e vuole avere solo guadagni senza rischi. Le majors ora come ora si limitano a prendere e "spremere" realtà interessanti dell’underground che stanno per esplodere. Questo, e se ne è già parlato per decenni, non vuol dire che non bisogna mai avere a che fare con un’etichetta (più o meno famosa) ma semplicemente essere sicuri di avere un ottimo potere contrattuale tale da ricavarne vantaggi e allo stesso tempo di mantenere una certa indipendenza artistica. Credo che la sfida per gli artisti di oggi sia inventarsi un modo per autoprodursi e per alimentare questa forma di realizzazione artistica.
In tutto questo che ruolo possono avere gli spazi sociali?
Direi che sono fondamentali. Assalti Frontali, assieme a molte altre realtà, ne è un esempio: dentro gli spazi sociali si è cambiata la storia musicale e artistica dell’Italia. Tutto questo è stato possibile grazie ai centri sociali che sono luoghi indispensabili per proporre una cultura dal basso, libera. Credo che sia necessario trovare dei luoghi in cui la cultura venga prodotta e cullata, perché siamo di fronte a un attacco forte: mai come oggi la cultura viene maltrattata e abbandonata dalle istituzioni. I centri possono essere e rappresentano, forse mai come oggi, un punto di riferimento per molte forme d’arte che non troverebbero mai spazio altrove. Questo rappresenta una via d’uscita dalla situazione in cui ci troviamo. E bisogna tener presente che dentro questa crisi si aprono spazi nuovi: girando l’Italia sento che le persone sono portate a farsi domande ed autorganizzarsi cercando delle risposte nuove. Perché la cultura non la puoi ammazzare, non bastano i tagli, non bastano le chiusure degli spazi, è produzione viva e non si può arrestare.
