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Ci sono giochi horror che puntano tutto sulla grafica, altri sulla storia, altri ancora su meccaniche elaborate e sistemi di gioco particolarmente raffinati. E poi ci sono titoli che hanno un obiettivo molto più semplice: metterci paura.

Dream Cage appartiene decisamente a quest’ultima categoria.

Sviluppato da Hitori De Productions e pubblicato da JanduSoft, questo horror psicologico è aprrodato da qualche giorno su Playstation 5 (la versione da noi testata) e Xbox Serie X|S e  ci porta dentro un incubo legato a uno dei fenomeni più inquietanti che si possano sperimentare: la paralisi del sonno. L’avventura è costruita attorno a cinque notti durante le quali dovremo esplorare un appartamento, individuare anomalie, raccogliere indizi e cercare di capire cosa stia realmente accadendo. Il microfono diventa inoltre parte integrante dell’esperienza, visto che i rumori prodotti dal giocatore possono avere conseguenze durante le nostre esplorazioni.

Sulla carta, insomma, l’idea è decisamente interessante. Ma come funziona realmente Dream Cage?

Dream Cage: Quando il gioco vuole farci paura, ci riesce

Partiamo proprio da quello che, secondo noi, è il punto più importante.

Dream Cage fa paura.

E non lo diciamo tanto per dire.

L’idea di trovarsi all’interno di un appartamento apparentemente normale, di dover osservare ogni dettaglio alla ricerca di qualcosa che non dovrebbe esserci e contemporaneamente sapere che qualcosa potrebbe manifestarsi da un momento all’altro funziona.

Anzi, in alcune situazioni funziona davvero molto bene.

Il gioco sfrutta soprattutto rumori, silenzi, illuminazione e improvvisi cambiamenti dell’ambiente per costruire la tensione. Un rumore proveniente da una stanza che abbiamo appena controllato può essere sufficiente per farci venire voglia di non tornare più indietro. Una porta che non ricordavamo aperta, un oggetto comparso dal nulla o un’anomalia visibile attraverso la videocamera riescono a creare quella sensazione di disagio che un buon horror dovrebbe trasmettere.

E poi c’è il microfono.

L’idea di dover fare attenzione anche ai rumori che produciamo è probabilmente una delle trovate più riuscite di Dream Cage. Sapere che parlare, respirare rumorosamente o reagire troppo rumorosamente a quello che sta accadendo potrebbe attirare l’attenzione delle entità modifica concretamente il nostro comportamento davanti allo schermo.

Non è una rivoluzione del genere, ma è una trovata intelligente e soprattutto coerente con il tema della paralisi del sonno.

Il problema è tutto quello che c’è tra uno spavento e l’altro

Ed è qui che Dream Cage mostra maggiormente il fianco.

Perché se giudicassimo il gioco soltanto per la capacità di creare tensione, probabilmente parleremmo di un risultato molto più convincente.

Il problema è che Dream Cage non è particolarmente appassionante dal punto di vista ludico.

Il cuore dell’esperienza consiste nella ricerca delle anomalie all’interno dell’appartamento. Dobbiamo osservare attentamente le stanze, utilizzare la videocamera per individuare alcuni elementi che a occhio nudo non possiamo vedere e tenere sotto controllo la situazione mentre le entità iniziano a manifestarsi.

L’idea funziona. Per un po’.

Dopo le prime anomalie, però, la struttura tende inevitabilmente a mostrare la propria semplicità. Il rischio è quello di trasformare l’esplorazione in una sorta di caccia al dettaglio ripetitiva, nella quale più che vivere un incubo ci ritroviamo a controllare sistematicamente stanze e oggetti alla ricerca di ciò che è cambiato.

Anche la gestione delle risorse non riesce sempre ad aggiungere profondità. Batterie e pillole dovrebbero aumentare la tensione e costringerci a prendere decisioni, ma in alcuni momenti finiscono semplicemente per rallentare l’esperienza.

Insomma: la meccanica è funzionale, ma non è particolarmente coinvolgente.

E questa è probabilmente la differenza più importante tra Dream Cage e un horror veramente memorabile.

Una realizzazione tecnica funzionale, niente di più

Anche dal punto di vista tecnico non aspettatevi miracoli.

Dream Cage è una produzione indipendente e si vede.

La realizzazione grafica è piuttosto semplice, gli ambienti sono contenuti e alcuni modelli e animazioni non brillano certo per dettaglio. Anche su PlayStation 5 non abbiamo la sensazione di trovarci davanti a un titolo che voglia sfruttare davvero la potenza della console. Le altre recensioni hanno evidenziato proprio questo aspetto, sottolineando una qualità visiva soltanto discreta a fronte di un comparto audio decisamente più riuscito.

Ma attenzione: funzionale non significa necessariamente disastroso.

La grafica fa quello che deve fare. Gli ambienti sono sufficientemente credibili per permettere alle anomalie di funzionare e l’illuminazione contribuisce a creare un’atmosfera cupa e opprimente.

È soprattutto il comparto sonoro a fare un lavoro decisamente migliore.

Scricchiolii, porte, rumori improvvisi e silenzi vengono utilizzati con intelligenza e spesso riescono a compensare una realizzazione visiva tutt’altro che memorabile. In un horror di questo tipo, del resto, è probabilmente la scelta giusta: meglio un buon rumore nel momento giusto che cento effetti grafici spettacolari.

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Dream Cage – La storia avrebbe potuto osare di più

Anche sul fronte narrativo troviamo una buona idea di partenza.

La vicenda di Robert, il protagonista, viene raccontata attraverso le cinque notti e attraverso gli oggetti, gli indizi e le anomalie presenti nell’appartamento. Il tema della memoria, del passare del tempo e della percezione alterata della realtà avrebbe certamente il potenziale per costruire qualcosa di molto interessante.

Il problema è che Dream Cage accenna a diverse cose senza riuscire sempre ad approfondirle realmente.

La durata contenuta non aiuta e alcuni elementi finiscono per rimanere più suggeriti che sviluppati. Anche questo contribuisce alla sensazione generale di trovarsi davanti a un progetto con idee interessanti, ma che avrebbe avuto bisogno di maggiore profondità e di una realizzazione più ambiziosa.

E forse è proprio questa la sensazione che ci accompagna arrivati ai titoli di coda: qui dentro c’era qualcosa di più.

Dream Cage Recensione – IN CONCLUSIONE

Dream Cage non è un gioco perfetto e non vuole nemmeno esserlo.

La sua struttura è semplice, la varietà non è elevatissima, la ricerca delle anomalie dopo un po’ tende a diventare ripetitiva e tecnicamente siamo davanti a una produzione che definiremmo senza problemi funzionale.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidarlo come un semplice horror mediocre.

Perché quando Dream Cage riesce a mettere insieme atmosfera, audio, silenzio, microfono e improvvise alterazioni dell’ambiente, riesce davvero a farci paura. E per un gioco horror non è esattamente un dettaglio secondario.

A tutto questo dobbiamo aggiungere un altro elemento che, nel caso di una produzione così contenuta, diventa particolarmente importante: il prezzo di vendita è davvero basso.

Ed è proprio qui che il giudizio cambia prospettiva.

Non siamo davanti a un’esperienza gigantesca, tecnicamente impressionante o capace di rivoluzionare il genere. Siamo davanti a un piccolo horror che ha un’idea precisa, dura relativamente poco, propone una formula ludica semplice ma riesce, in più di un’occasione, a raggiungere il suo obiettivo principale: farci stare scomodi davanti allo schermo.

Se cercate un horror profondo, ricchissimo di contenuti e con una grande varietà probabilmente troverete diversi limiti. Se invece volete un’esperienza breve, economica e capace di regalarvi qualche bello spavento, Dream Cage può avere senso.

Non è un incubo perfetto.

Ma qualche notte insonne potrebbe comunque riuscire a regalarvela.

Dream Cage ha una realizzazione tecnica essenziale e una formula ludica che dopo poco mostra i propri limiti, ma l’atmosfera, il sound design, l’utilizzo del microfono e soprattutto alcuni momenti di autentica tensione gli permettono di raggiungere il suo obiettivo. Un piccolo horror imperfetto, ma capace di fare esattamente ciò che promette: spaventare.

Dream Cage Recensione – VOTO: 6.5




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